info

Info, visite e iniziative per le scuole:
tel. 339 1935943

google

apri a schermo intero

video

video mesola

Castello di Mesola

MESOLA

Il gran palazzo di Mesola

“Nel fine dell'autunno, Sua Altezza con la signora Duchessa con la Corte, et altri gentilhuomini e gentildonne della città, se ne va a marina, dove tra l'altre habitationi delitiose, sopra il porto di Goro, in un bosco, detto la Mesola, ha edificato un sontuoso Palazzo; il qual bosco ha Sua Altezza con spesa veramente eroica cinto d'un muro che circonda dodici miglia con quattro portoni posti secondo i quattro siti del cielo; i quali si tengono rinchiusi acciò non escano gli animali, e si aprono secondo il bisogno”

leggi tutto

È così che il letterato Annibale Romei nei suoi Discorsi del 1586 descrive il palazzo di Mesola e la sua turrita cerchia muraria, lunga ben dodici miglia, che racchiudeva canali, zone boschive e serragli per gli animali.
Nel 1578, quando i lavori di prosciugamento del polesine orientale di Ferrara stavano giungendo al termine, fu avviata sull’isola di Mesola la costruzione di un enorme circuito murario a forma di poligono irregolare (più esteso del recinto di Ferrara) con dodici torrioni quadrangolari lungo le cortine, al cui interno fu poi edificato un nucleo di edifici signorili raccolti attorno ad un palazzo ducale a pianta quadrata (1583), con torri disposte in diagonale ai vertici e “bassa corte” semiottagona.
Il tutto sulla base di un progetto dell'architetto e ingegnere carpigiano Marco Antonio Pasi, supportato in corso d'opera anche da altri collaboratori di vaglia quali Alessandro Balbi, Bartolomeo Tristani e Giovan Battista Aleotti.

Qui, fino al 1598, vale a dire fino alla devoluzione del Ducato Estense allo Stato della Chiesa, furono attive le più qualificate maestranze di corte, impegnate a realizzare un progetto ambizioso che nei piani del signore di Ferrara prevedeva la creazione non solo di una “delizia” da diporto ma quasi certamente di un caposaldo di un ben più vasto intervento urbano, prossimo al mare e al Porto di Goro e quindi con una doppia valenza, strategica e commerciale.
Era una vera città deltizia che avrebbe dovuto poi svilupparsi come centro mercantile e portuale, capace di intercettare i traffici adriatici per inoltrarli verso l’area continentale. A questo disegno non risulta estranea la circostanza che Mesola fosse un bene allodiale dinastico, ovvero di piena proprietà della famiglia, e quindi non soggetto alle rivendicazioni papali, già da anni percepite a causa dell’assenza di eredi diretti di Alfonso II e che perdurava nonostante i tre matrimoni contratti dal duca. 
Nel suo momento di massimo splendore, Mesola si presentava come un'architettura obbediente ai disegni della magnificenza estense e al visitatore sarebbe apparsa incorniciata da un originale apparato ornamentale, con decorazioni affrescate visibili sull’intera facciata e con un policromo coronamento sommitale di rilucente ceramica invetriata.
Qui trovava esemplare manifestazione quell'ideale trasfigurazione del territorio che sapeva compenetrare natura e artificio, l’utile e la meraviglia e che nell’ampiezza del luogo coinvolgeva il paesaggio intero, il bosco, il fiume in un insieme veramente unico.

Così la descrive il Tasso nelle Rime, richiamando anche la dedica del luogo alla giovane sposa del duca, MargheritaGonzaga,nella quale erano riposte le speranze di continuità del casato:

Mesola, il Po da  ’lati e  ’l mar a fronte,
e d’intorno le mura e dentro i boschi
e seggi ombrosi e foschi
fanno le tue bellezze altere e conte;
e son opre d’Alfonso, e più non fece
mai la natura e l’arte a far non lece;
ma che la valle sembri un paradiso
la donna il fa che n’ha sembianti e viso

La corte era solita trascorrere a Mesola il periodo autunnale, dedicandosi ad attività venatorie favorite dall'abbondante presenza di selvaggina di grossa taglia, tra cui i cervi che ancora oggi vivono nel bosco litoraneo. Le battute di caccia, è noto, erano dei veri avvenimenti di natura collettiva all'interno della civiltà cortese, a cui partecipavano, assieme al duca, anche altre comitive di ospiti illustri, italiani e stranieri: tra questi, ricordiamo Enrico duca di Brunswick, Vincenzo Gonzaga, Massimiliano d’Asburgo e papa Clemente VIII.

L'importanza strategica del sito era in realtà ravvisabile sin dagli anni della sua fondazione, quando attorno al grande cantiere di Mesola si accese l'attenzione della Serenissima Repubblica di Venezia, allarmata dalla potenziale minaccia che esso rappresentava sul suo secolare dominio dei traffici commerciali nel Golfo Adriatico, a tal punto che lo stesso Senato approvò nel 1599 quello che tutti conoscono come “Taglio di Porto Viro” (conclusosi nel 1604).
Fu una vera e propria operazione di pirateria idraulica che, deviando il corso del Po di Tramontana verso sud-est, ridisegnò la morfologia dell’intera area deltizia, soffocando per sempre la potenzialità commerciale di una delle più originali esperienze architettoniche e paesaggistiche del Rinascimento italiano. 
 
Nel 1771 Ercole III d’Este, duca di Modena e Reggio, diede in dote il possedimento mesolano alla figlia Beatrice, sposa dell’arciduca Ferdinando d’Asburgo, figlio di Maria Teresa d’Austria. Seguirono vari passaggi di proprietà, dallo Stato pontificio alla Repubblica francese e solo nel 1911, con l’intervento della Società per le Bonifiche dei Terreni Ferraresi (SBTF), iniziò una serie di opere di mantenimento ed estensione della tenuta.
Nel 1952 passò sotto il controllo dell’Ente Delta Padano ed ora è proprietà della Provincia di Ferrara.

Oggi il castello è sede del Centro Visita del Parco Regionale del Delta del Po ed ospita attività congressuali ed espositive.